All’Umberto I nessuno controlla

Abbiamo depositato un’interrogazione a risposta scritta  sul Policlinico Umberto I Roma.

Lo scorso novembre il DG Alessio e il Rettore della Sapienza Del Gaudio avevano annunciato progetti di ristrutturazione e messa in sicurezza dell’Umberto I per 225 milioni ma oggi scopriamo dai quotidiani che in questa struttura, in questi giorni di caldo torrido, non funziona l’aria condizionata e quindi bisogna tenere chiuse le sale operatorie. Sorprende che si sia arrivati a questo punto, visto che ad aprile 2014 l’allora responsabile del Servizio di Prevenzione e Protezione del Policlinico aveva trasmesso ad Alessio una dettagliata relazione in cui esponeva le criticità della struttura soffermandosi sullo stato dell’impianto elettrico e sui rischi legati al malfunzionamento dell’impianto anti incendio, segnalando le anomalie ed i punti bisognosi di urgente manutenzione. Alessio non si è lasciato convincere nemmeno da una seconda relazione della fine di marzo sul reparto di neurologia che, di fatto, segnalava che, in caso di mancata erogazione della corrente, i gruppi elettrogeni non sarebbero partiti in automatico per non parlare del fatto che mancavano le più elementari norme di sicurezza nelle cabine elettriche, come  gli estintori.

Ma non si era fatto scoraggiare nemmeno dal sequestro dei locali avvenuto lo scorso ottobre e da un incendio, per fortuna di piccola entità, del mese precedente. La domanda a questo punto è: qualcuno, che sia la Regione, che sia il Ministero per la parte economica che riguarda il controllo delle spese di ristrutturazione, hanno intenzione di cominciare a fare delle verifiche serie su quello che succede nel più grande ospedale romano?

COOP 29 GIUGNO. 30MILA € A MARINO? GOVERNO RISPONDI?

Da sabato mattina interroghiamo il Governo sui 1000 mq a canone agevolatissimi che la Coop 29 Giugno ha avuto da parte della giunta Marino, in particolare chiediamo anche spiegazioni sui 30.000 Euro che la stessa “29Giugno” ha erogato a Marino durante la campagna elettorale.

Vogliamo sapere se il governo è informato e se questo tipo di assegnazione sia stata fatta a norma di legge.

Perché a noi non risulta

VIDEO. MASSIMO BARONI (M5S): COOP 29 GIUGNO. 30MILA € A MARINO? GOVERNO RISPONDI?

 

Leggi il testo dell’interrogazione

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-07396 presentato da BARONI Massimo Enrico

BARONI, DI BATTISTA, LOMBARDI, VIGNAROLI, DAGA e FRUSONE.

Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
la vicenda relativa all’inchiesta «Mondo di Mezzo» appare per molti versi inquietante, sollevando tra l’altro pesanti interrogativi sul sistema delle cooperative;

dal sito del comune di Roma, a tutt’oggi non risulta allegato, da parte del sindaco Ignazio Marino il rendiconto, ex lege n. 515 del 1993, articoli 6 e 7, delle spese elettorali sostenute e dei contributi ricevuti completo di tutte le voci, ma risulterebbe scritta a penna solamente la somma delle spese effettuate divisa per capitoli piuttosto generici;

dalle risultanze dell’inchiesta «Mondo di Mezzo» istruita dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma risultano due bonifici uno di 10.000 (diecimila) euro proveniente dalla Cooperativa 29 Giugno e uno di 20.000 (ventimila) euro proveniente dal consorzio Eriches 29, entrambi facenti capo a Salvatore Buzzi arrestato nel corso della medesima inchiesta che sarebbero finiti a finanziare la campagna elettorale del futuro sindaco Ignazio Marino;

da fonti di stampa si apprende che, con apposita delibera (n. 312 del 2014) il comune di Roma ha dato in concessione alla Cooperativa 29 Giugno l’immobile di Via Pomona 63/65, una delle sedi della cooperativa stessa, ad un prezzo di 14.752,80, ben l’80 per cento al di sotto dei prezzi di mercato di quella zona, valutato dall’ufficio stime del Campidoglio in 73.764 euro, e, sebbene lui si sia difeso dicendo che in precedenza la coop 29 Giugno occupasse quegli stessi locali a titolo gratuito vale qui la pena ricordare la legge n. 241 del 1990 che all’articolo 12 modificato dal decreto legislativo n. 33 del 2013 sulla pubblicità e trasparenza nella pubblica amministrazione che così recita: «La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi» e che è stata totalmente mancante –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti in premessa;
se abbia attivato i necessari controlli sulla coop 29 Giugno che devono necessariamente riguardare anche il costo di locazione dell’immobile ove è ubicata la sua sede principale. (4-07396)

SAN RAFFAELE OLBIA: STIAMO VENDENDO L’ANIMA AL QATAR?

La scorsa settimana il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, Pierpaolo Vargiu, deputato sardo di Scelta Civica, ha proposto alla commissione stessa di partire in”missione” per approfondire l’acquisto dell’ormai fallito ex Ospedale San Raffaele di Olbia (a sua volta coinvolto nel dissesto economico del San Raffaele di Milano) da parte di una fondazione del Qatar, che ha stretto un un accordo finanziario con la Regione Sardegna.

Questa vicenda ha dei bizzarri protagonisti: un fallimento eccellente e chiacchierato, un piano d’investimento da un miliardo e 200 milioni di euro da parte di un emiro arabo, accordi presi nel Qatar dal Governo Letta, un decreto Renzi ad hoc del 21 maggio 2014, un (nuovo) privato accreditato, posti letto in deroga alla spending review – mentre proseguono i taglia alla sanità pubblica -, una regione Sardegna che ha un assoluto bisogno di investimenti e di posti di lavoro.

Ci siamo trovati a dover decidere se partecipare ad un missione che rischiava di trasformarsi in una passerella o rinunciare ad indagare su gestioni poco chiare. Al fine di far comprendere da subito la nostra posizione, ci siamo fatti precedere da un’interrogazione a risposta scritta:

Ecco quello che abbiamo capito e denunciato al termine della visita in Sardegna:

– Il Consiglio Regionale sardo ha abdicato a qualsiasi opposizione. La delibera che autorizza una spesa di 55,6 milioni di euro all’anno (che verranno sottratti comunque ad altre realtà) per i DRG (la tariffa corrisposta dal SSN per ogni patologia “curata”) del nuovo ospedale privato è stata votata all’unanimità.

– Nessun politico sardo, con l’eccezione del deputato Capelli, del Gruppo Misto, denuncia alcuna anomalia né possibili problemi inerenti l’enorme business del nuovo modello privato pagato dai contribuenti sardi.

– Il S. Raffaele di Olbia difficilmente potrà aprire il 1° marzo 2015, come annunciato, vista la fase fortemente asimmetrica in cui si trovano gli accordi.

– La cifra di miliardo e 200 milioni di euro che la Qatar Foundation aveva annunciato avrebbe investito nel progetto nei prossimi 10 anni, a quanto pare, si è già ridotta a un miliardo.

– Abbiamo capito che la coppia Del Rio-Lorenzin ha forzato qualsiasi normativa pur di racimolare i soldi degli arabi, in barba al titolo V della Costituzione: è stata partorita una legge “ad nosocomium”.

– Abbiamo capito che l’Ospedale Bambin Gesù è stato scelto come partner del progetto, dal punto di vista sanitario, solo per avere il riconoscimento della nuova struttura come IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), al fine di “venderla” come un “brand” in appoggio agli investitori qatarini. Da parte del Bambin Gesù al momento non ci sono sostanziali impegni.

– Abbiamo capito che l’apertura di questa nuova mega-struttura privata nella Gallura porta a riempire un “vuoto” di investimenti pubblici di cui la politica sarda è responsabile da vent’anni.

-Abbiamo capito che la strada che si è intrapresa è quella del “privato forte”, in contrapposizione a uno Stato-Regione debole, con il silenzio assenso di tutte le opposizioni.

SIAMO CONSAPEVOLI O NO CHE CI STIAMO VENDENDO L’ANIMA AL DIAVOLO?

I cittadini sardi sono stati “ingolositi” dall’annuncio di nuovi 1800 posti di lavoro che dovrebbe portare l’apertura dell’ospedale: vigileremo affinché quei posti vadano effettivamente agli abitanti della regione. Ricordiamo che la Sardegna, in questa fase storica, sta vivendo una crisi occupazionale drammatica.

Forse i politici sardi hanno abdicato a una visione della società comunitaria e partecipata, scegliendo di giocare d’azzardo con un partner che conosce la nostra debolezza economica strutturale.

Noi ravvisiamo il concreto pericolo che questo caso rappresenti il cavallo di troia al cui interno è annidato il “vero” piano: nessuna eccellenza di medicina di elezione, né di ricerca, ma solo politiche basate sulla riabilitazione e la lungodegenza. Questa “filosofia ospedalocentrica” non risponde ai bisogni dei sardi, che sono in buona posizione per assistenza primaria e che possono contare su un’assistenza domiciliare indiretta e un modello di sanità
d’iniziativa funzionanti.

Insomma, quello che abbiamo visto in Sardegna è un pezzo, paradigmatico, del tentativo di smantellamento di quella parte sana della Sanità pubblica che, nonostante tutto, per qualità, ancora rimane ai primissimi posti nel mondo.

 

Blog M5S Affari Sociali, Salute e Sanità

LA SIDS E L’IMPORTANZA DI UNA BANCA DATI

M5S INTERROGAZIONE SIDS. Gli attivisti a 5 stelle di Milano hanno sollecitato le commissioni affari sociali di Camera e Senato su alcune specifiche inerenti la SIDS.

La sindrome della morte improvvisa del lattante, nota anche come sindrome della morte improvvisa infantile o morte inaspettata del lattante (in inglese Sudden Infant Death Syndrome o SIDS) è un fenomeno non ancora del tutto chiarito dalla ricerca scientifica: si manifesta provocando la morte improvvisa ed inaspettata di un lattante apparentemente sano, il decesso resta inspiegato anche dopo l’effettuazione di esami post-mortem; tale sindrome colpisce i bambini nel primo anno di vita ed è a tutt’oggi la prima causa di morte dei bambini nati sani avendo un’incidenza stimata, per similitudine con altri Paesi, che oscilla tra 0,7 e 1 per mille: come riportato sul sito del centro di ricerca «Lino Rossi» per lo studio e la prevenzione della morte inaspettata perinatale e della sindrome della morte improvvisa del lattante «secondo l’OMS la morte fetale nelle ultime settimane di gestazione (o durante il parto), nelle nazioni più sviluppate, ha l’incidenza di un caso ogni 120-150 gravidanze; Il 50-75 per cento di tali morti risulta inspiegabile a causa principalmente della mancanza di un protocollo standard di indagine post-mortem, specie neuropatologico, e di una banca dati anatomo-clinica. L’incidenza della morte fetale inaspettata e inspiegabile (SIUDS) è circa 10 volte superiore a quella della SIDS («morte in culla»), che colpisce un lattante apparentemente sano ogni 750-1000 nati e si pone come la più frequente causa naturale di decesso nel primo anno di vita. Nel complesso la SIUDS e la SIDS rappresentano uno dei maggiori problemi socio-sanitari e scientifici della medicina moderna, ancora irrisolto. Le conseguenze emotive per i famigliari sono devastanti. I costi sociali per le terapie sostegno medico-psicologico sono molto rilevanti, soprattutto se sommati all’immatura perdita di un numero elevato di potenziali individui produttivi»

Nelle scorse settimane assieme ai colleghi della M5S Commissione Affari Sociali e Paola Taverna abbiamo presentato delle interrogazioni e un video esplicativo: La SIDS e l’Importanza di una Banca Dati

Atto Camera – Interrogazione a risposta scritta 4-04504 presentato da Massimo Enrico Baroni

BARONI, GRILLO, SILVIA GIORDANO, LOREFICE, DALL’OSSO, CECCONI, DI VITA e MANTERO. 

— Al Ministro della salute. — Per sapere – premesso che:

la sindrome della morte improvvisa del lattante, nota anche come sindrome della morte improvvisa infantile o morte inaspettata del lattante (in inglese Sudden Infant Death Syndrome o SIDS) è un fenomeno non ancora del tutto chiarito dalla ricerca scientifica: si manifesta provocando la morte improvvisa ed inaspettata di un lattante apparentemente sano, il decesso resta inspiegato anche dopo l’effettuazione di esami post-mortem;

tale sindrome colpisce i bambini nel primo anno di vita ed è a tutt’oggi la prima causa di morte dei bambini nati sani avendo un’incidenza stimata, per similitudine con altri Paesi, che oscilla tra 0,7 e 1 per mille: come riportato sul sito del centro di ricerca «Lino Rossi» per lo studio e la prevenzione della morte inaspettata perinatale e della sindrome della morte improvvisa del lattante «secondo l’OMS la morte fetale nelle ultime settimane di gestazione (o durante il parto), nelle nazioni più sviluppate, ha l’incidenza di un caso ogni 120-150 gravidanze;

Il 50-75 per cento di tali morti risulta inspiegabile a causa principalmente della mancanza di un protocollo standard di indagine post-mortem, specie neuropatologico, e di una banca dati anatomo-clinica. L’incidenza della morte fetale inaspettata e inspiegabile (SIUDS) è circa 10 volte superiore a quella della SIDS («morte in culla»), che colpisce un lattante apparentemente sano ogni 750-1000 nati e si pone come la più frequente causa naturale di decesso nel primo anno di vita. Nel complesso la SIUDS e la SIDS rappresentano uno dei maggiori problemi socio-sanitari e scientifici della medicina moderna, ancora irrisolto. Le conseguenze emotive per i famigliari sono devastanti. I costi sociali per le terapie sostegno medico-psicologico sono molto rilevanti, soprattutto se sommati all’immatura perdita di un numero elevato di potenziali individui produttivi»;

la legge 2 febbraio 2006, n. 31: «disciplina del riscontro diagnostico sulle vittime della sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS) e di morte improvvisa del feto», prevede al comma dell’articolo 1 che «i lattanti deceduti improvvisamente entro un anno di vita senza causa apparente e i feti deceduti anch’essi senza causa apparente dopo la venticinquesima settimana di gestazione devono essere prontamente sottoposti con il consenso di entrambi i genitori a riscontro diagnostico da effettuarsi nei centri autorizzati secondo i criteri individuati nell’articolo 2, a cui sono inviati gli organi prelevati. Le informazioni relative alla gravidanza, allo sviluppo fetale e al parto e, nel caso di sindrome della morte improvvisa del lattante (SIDS), alle situazioni ambientali e familiari in cui si è verificato il decesso, raccolte con un’indagine familiare, devono essere accuratamente registrate e vagliate, per il completamento diagnostico e per finalità scientifiche, dall’ostetrico-ginecologo, dal neonatologo, dal pediatra curanti e dall’anatomo-patologo sulla base dei protocolli internazionali», disponendo inoltre all’articolo 3, comma 1, che «i risultati delle indagini svolte ai sensi dell’articolo 1 sono comunicati dai centri autorizzati alla prima cattedra dell’istituto di anatomia patologica dell’Università di Milano che, nel rispetto delle regole sul trattamento dei dati personali, provvede ad istituire una banca dati nazionale e a trasmettere i dati così raccolti alla regione competente per territorio, ai medici curanti e ai parenti delle vittime»;

sempre la medesima legge n. 31 del 2006 dispone, al comma 2 dell’articolo 1 che «il riscontro diagnostico di cui al comma 1 è effettuato secondo il protocollo diagnostico predisposto dalla prima cattedra dell’istituto di anatomia patologica dell’Università di Milano. Il suddetto protocollo, per essere applicabile, deve essere approvato dal Ministero della salute», aggiungendo inoltre all’articolo 2 comma 1 che «i criteri per l’autorizzazione dei centri di cui all’articolo 1 sono definiti, entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, con decreto del Ministro della salute, previa intesa in sede di Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano» ed inoltre al comma 2 dello stesso articolo che «entro centottanta giorni dall’adozione del decreto di cui al comma 1, le regioni provvedono ad individuare, sul loro territorio, i centri scientifici, di carattere universitario od ospedaliero, che svolgono la funzione di centri di riferimento per il riscontro diagnostico dei lattanti deceduti improvvisamente senza causa apparente entro un anno di vita e dei feti deceduti senza causa apparente dopo la venticinquesima settimana di gestazione»;

in seguito alla disattivazione dell’istituto di anatomia patologica dell’università di Milano (citato negli articolo 1 e 3 della legge), il Ministero della salute ha riconosciuto il centro «Lino Rossi» quale centro di riferimento nazionale per l’applicazione della legge n. 31 del 2006, accogliendo nel novembre 2009 la richiesta in tal senso avanzata in data 3 aprile 2009 dal direttore del dipartimento di scienze chirurgiche ricostruttive e diagnostiche dell’università di Milano cui il centro di ricerca «Lino Rossi di Milano» afferiva, designandolo quindi quale destinatario dei fondi previsti dalla legge;

il decreto ministeriale adottato dal Ministero della salute in data 21 dicembre 2007, in ottemperanza a quanto disposto dall’articolo 2 della summenzionata legge, definisce «i criteri per l’individuazione e l’autorizzazione, da parte delle Regioni, dei Centri di riferimento per il riscontro diagnostico sulle vittime della Sids e per la morte improvvisa del feto»;

ciononostante le disposizioni previste dalla legge n. 31 del 2006 risulterebbero ancora inattuate sul territorio nazionale, se si eccettuano alcune sporadiche, seppur significative eccezioni, in particolare considerando quanto disposto dalla provincia di Trento (deliberazione n. CONV7436/555-12 del 26/4/2012) e dall’azienda ospedaliera di Lecco (contratto Univ. Milano 282-2013 del 14/1/14);

in data 9 dicembre 2013 l’assessore alla sanità della regione Lombardia Mantovani, interrogato su tale questione con l’interrogazione consiliare n. 2065 terza commissione – SIDS (sindrome morte improvvisa del lattante), ha fornita una risposta nella quale si afferma che il protocollo diagnostico predisposto dalla prima cattedra dell’istituto di anatomia patologico dell’università di Milano e sottoposto al Ministero della salute è stato bocciato dal Consiglio superiore di sanità e che nel 2010 è stato costituito un nuovo gruppo di lavoro presso la direzione generale della prevenzione sanitaria, al fine di pervenire alla stesura di un nuovo protocollo per la diagnostica della SIDS e della morte fetale inaspettata, gruppo che nel mese di luglio 2012 ha trasmesso il proprio elaborato al Ministero della salute, esaminato dal Consiglio superiore sanità nella seduta del 12 novembre 2013 per il proseguimento dell’iter istituzionale;

sul sito internet del Ministero della salute, è disponibile all’indirizzo il testo del volume «La natimortalità: audit clinico e miglioramento della pratica assistenziale», il quale sarebbe stato distribuito dal Ministero del lavoro, della salute e delle politiche sociali in tutti punti nascita e nelle anatomie patologiche ad essi collegate su tutto il territorio nazionale;

sul medesimo sito del Ministero della salute è inoltre possibile consultare e scaricare alcuni strumenti da lavoro utili nella pratica clinica, fra cui il protocollo autoptico –:

se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti sopraesposti;

quali siano le regioni che abbiano provveduto ad individuare sul loro territorio i centri scientifici, di carattere universitario od ospedaliero, che svolgono la funzione di centri di riferimento per il riscontro diagnostico dei lattanti deceduti secondo quanto previsto dall’articolo 2, comma 2, della legge n. 31 del 2006, e se abbiano rispettato i criteri imposti dalla summenzionata legge;

quali azioni intenda intraprendere con urgenza al fine di garantire la piena applicazione di quanto disposto dalla legge n. 31 del 2006 su tutto il territorio nazionale, in particolare con l’istituzione della banca dati nazionale per i casi di morte improvvisa del lattante (SIDS) e di morte improvvisa del feto;

se non ritenga opportuno tenere in considerazione le esperienze dei centri di Trento e Lecco quali modelli di riferimento;

se effettivamente sia stata formulata una valutazione di esito negativo in merito al protocollo diagnostico predisposto dalla prima cattedra dell’istituto di anatomia patologico dell’università di Milano e sottoposto al Ministero della salute, con quale atto, quali siano le motivazioni addotte e se università di Milano sia stata invitata a predisporre una nuova formulazione che tenesse conto delle criticità e delle obiezioni mosse dal Consiglio superiore di sanità;

se sia effettivamente avvenuta la nomina di un nuovo gruppo di lavoro per la predisposizione di un nuovo protocollo in violazione di quanto previsto dagli articoli 1 e 3 della legge n. 31 del 2006, per quali motivazioni e se l’autorità individuata dal comma 2 dell’articolo 1 della summenzionata legge ne sia stata messa al corrente;

se il volume «La natimortalità: audit clinico e miglioramento della pratica assistenziale» sia stato distribuito su tutto il territorio nazionale, se gli esami autoptici utilizzati dai suoi autori siano stati effettuati in conformità con quanto previsto dalla legge n. 31 del 2006 e relativo decreto del 22 dicembre 2007 e, in particolare, se il protocollo autoptico previsto tra gli strumenti di lavoro utili nella pratica clinica (nella sezione materiali operativi on line) sia stato approvato dal Ministero della salute prima della sua divulgazione.

Facebook di Massimo Enrico Baroni

EPATITE C: I NUOVI FARMACI SOLO PER 1 PAZIENTE SU 3!!! INTERROGAZIONE

ABBIAMO CHIESTO SPIEGAZIONI AL MINISTRO DELLA SALUTE

“Si allungano le liste d’attesa. Il rapporto di Cittadinanzattiva e Epac Onlus lancia l’allarme. Oltre al ritardo di 17 mesi rispetto all’Europa per la loro commercializzazione, questi farmaci innovativi, nonostante siano idonei per quasi la metà dei malati, sono accessibili solo al 33% di questi. In alcune Regioni i malati aspettano anche 9 mesi.”

Al Ministro della salute, al Ministro dell’economia e delle finanze. — Per sapere – premesso che:

la tutela della salute è un diritto fondamentale dell’individuo e rappresenta un interesse della collettività, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione Italiana;

in Italia le epatiti virali rappresentano una concreta emergenza sanitaria, in particolare l’epatite C, come rappresentato dai dati presentati nel libro bianco AISF 2011 e dal technical report sulle epatiti B e C del Centro europeo per il controllo e la prevenzione delle malattie (ECDC);

queste pubblicazioni che includono una dettagliata analisi epidemiologica, sociale ed economica delle epatopatie in Europa, sottolineano il triste primato del nostro Paese in termini di numero di soggetti HCV positivi e di mortalità per tumore primitivo del fegato (HCC);

dati ISTAT 2008 connessi all’ambito nazionale confermano più di 20.000 decessi/anno a causa di epatite cronica, cirrosi e tumore del fegato, evidenziando l’impatto che ha l’epatite sul sistema sanitario nazionale, sulla società e sulle famiglie italiane, oltre che sui singoli individui affetti da epatite e relative complicanze;

finanche l’Organizzazione mondiale della sanità il 21 maggio 2010 ha dichiarato per la prima volta l’epatite virale come un problema sanitario di impatto globale e ha approvato la prima risoluzione sulle epatiti virali (n. 63.18), al fine di sollecitare gli Stati membri ad attuare politiche concrete di informazione, prevenzione, e accesso al farmaco;

circa il 3 per cento della popolazione italiana è venuta a contatto con il virus, e circa 1.000.000 sono i pazienti portatori cronici del virus; il technical report dell’ECDC conferma la maggiore prevalenza nelle aree meridionali ed insulari e la forte variabilità nelle diverse aree della penisola con un gradiente Sud-Nord dall’8 per cento al 2 per cento;

oggi per il trattamento dell’epatite C sono disponibili i nuovi inibitori della proteasi, approvati dall’FDA, dall’EMA, e più recentemente dall’Agenzia italiana del farmaco (AIFA);

i recenti farmaci, in associazione al trattamento già disponibile a base di peginterferone e ribavirina, vanno a formare una triplice terapia, cioè un nuovo trattamento per i pazienti HCV positivi con genotipo 1 (epatite C);

la triplice terapia, con l’introduzione degli inibitori di proteasi di prima generazione, aumenta la percentuale di successo terapeutico, sino ad arrivare in alcuni casi all’80 per cento;

la messa a punto dei nuovi inibitori della proteasi per la cura dell’epatite C ha segnato una svolta epocale per la lotta a questa temibile malattia, ed il loro arrivo avrebbe dovuto essere salutato con grande entusiasmo;

ciò nonostante, boceprevir e telaprevir sono stati approvati dalla FDA (USA) nel maggio 2011 e dall’EMA (Europa) nel luglio 2011, mentre in Italia solo nel dicembre 2012, quindi l’AIFA ha ritardato di circa 17 mesi l’approvazione di questi importanti farmaci e commercializzazione;

altri ritardi si sono sommati nella fase di inserimento degli stessi farmaci nei prontuari farmaceutici regionali, immissione che si è conclusa solo nel giugno 2013;

attualmente molti pazienti e cittadini hanno iniziato a segnalare gravi ritardi nell’avere disponibili questi nuovi farmaci in molti casi salvavita;

i nuovi farmaci disponibili per l’epatite C sono accessibili solo per 1 paziente su 3 con la conseguente generazione di molte liste d’attesa; infatti, i farmaci, innovativi sopra citati, nonostante siano idonei per quasi la metà dei malati, sono accessibili solo al 33 per cento di questi con attese di accesso al farmaco di circa 9 mesi come evidenziato dal rapporto di Cittadinanzattiva e Epac Onlus –:

se i Ministri interrogati siano a conoscenza dei fatti esposti in premessa;

se i Ministri interrogati intendano porre in essere iniziative, anche di carattere normativo, finalizzate a garantire l’accesso al farmaco per tutta la cittadinanza italiana afflitta dalla malattia esposta in premessa, evitando significativi disagi economici e sociali e garantendo la tutela della salute come diritto fondamentale dell’individuo e rappresentazione di un interesse della collettività, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione italiana.

(4-04371)

BARONI, DALL’OSSO, DI VITA, LOREFICE, MANTERO, SILVIA GIORDANO, GRILLO, CECCONI, BASILIO, CORDA, PAOLO BERNINI, SCAGLIUSI, MANLIO DI STEFANO, BRESCIA, BUSTO, ZOLEZZI, DIENI, BENEDETTI e SPADONI.