IMPOSIMATO SU LORENZIN

“La Ministra Beatrice Lorenzin ha detto a Napoli, il 29 set 2014 che in Campania deve partire “una grandissima campagna sugli stili di vita”, perché esiste “un tema vero di cattive abitudini: troppo fumo, alcool e cibo grasso” che rappresentano “la prima causa di cancro”. La colpa dei tumori sarebbe del modo sbagliato di nutrirsi dei campani. Dissentiamo nettamente dalla diagnosi della Lorenzin che è un’offesa inaccettabile per i malati di cancro.

Ella è incorsa nella colpevole sottovalutazione della causa vera del dilagare dei tumori in Campania. Le inchieste dell’Espresso e della Voce della Campania e le migliaia di morti di tumore di questi anni dicono tutt’altra cosa: i tumori sono stati causati da inquinamento dovuto a rifiuti tossici e nocivi provenienti dal Nord.”

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“La Ministra Beatrice Lorenzin ha detto a Napoli, il 29 set 2014 che in Campania deve partire “una grandissima campagna sugli stili di vita”, perché esiste “un tema vero di cattive abitudini: troppo fumo, alcool e cibo grasso” che rappresentano “la prima causa di cancro”. La colpa dei tumori sarebbe del modo sbagliato di nutrirsi dei campani. Dissentiamo nettamente dalla diagnosi della Lorenzin che è un’offesa inaccettabile per i malati di cancro.

Ricordiamo alla Ministra Lorenzin che lei dovrebbe conoscere uno studio del Ministero della salute in Lancet che indica che la popolazione della Campania ha più del doppio dei casi di leucemia e di altri tumori riscontrati in Italia. Le aziende camorristiche che trattano i rifiuti, riescono a fare offerte del 90 per cento inferiori a quelle fatte dalle aziende oneste, e ciò al fine di ottenere vantaggiosi contratti in tutta Italia, a scapito della salute e del diritto alla vita di migliaia di cittadini ignari ed impotenti.”

Pagina di Ferdinando Imposimato

Pagina di Massimo Enrico Baroni

SAN RAFFAELE OLBIA: STIAMO VENDENDO L’ANIMA AL QATAR?

La scorsa settimana il presidente della Commissione Affari Sociali della Camera, Pierpaolo Vargiu, deputato sardo di Scelta Civica, ha proposto alla commissione stessa di partire in”missione” per approfondire l’acquisto dell’ormai fallito ex Ospedale San Raffaele di Olbia (a sua volta coinvolto nel dissesto economico del San Raffaele di Milano) da parte di una fondazione del Qatar, che ha stretto un un accordo finanziario con la Regione Sardegna.

Questa vicenda ha dei bizzarri protagonisti: un fallimento eccellente e chiacchierato, un piano d’investimento da un miliardo e 200 milioni di euro da parte di un emiro arabo, accordi presi nel Qatar dal Governo Letta, un decreto Renzi ad hoc del 21 maggio 2014, un (nuovo) privato accreditato, posti letto in deroga alla spending review – mentre proseguono i taglia alla sanità pubblica -, una regione Sardegna che ha un assoluto bisogno di investimenti e di posti di lavoro.

Ci siamo trovati a dover decidere se partecipare ad un missione che rischiava di trasformarsi in una passerella o rinunciare ad indagare su gestioni poco chiare. Al fine di far comprendere da subito la nostra posizione, ci siamo fatti precedere da un’interrogazione a risposta scritta:

Ecco quello che abbiamo capito e denunciato al termine della visita in Sardegna:

– Il Consiglio Regionale sardo ha abdicato a qualsiasi opposizione. La delibera che autorizza una spesa di 55,6 milioni di euro all’anno (che verranno sottratti comunque ad altre realtà) per i DRG (la tariffa corrisposta dal SSN per ogni patologia “curata”) del nuovo ospedale privato è stata votata all’unanimità.

– Nessun politico sardo, con l’eccezione del deputato Capelli, del Gruppo Misto, denuncia alcuna anomalia né possibili problemi inerenti l’enorme business del nuovo modello privato pagato dai contribuenti sardi.

– Il S. Raffaele di Olbia difficilmente potrà aprire il 1° marzo 2015, come annunciato, vista la fase fortemente asimmetrica in cui si trovano gli accordi.

– La cifra di miliardo e 200 milioni di euro che la Qatar Foundation aveva annunciato avrebbe investito nel progetto nei prossimi 10 anni, a quanto pare, si è già ridotta a un miliardo.

– Abbiamo capito che la coppia Del Rio-Lorenzin ha forzato qualsiasi normativa pur di racimolare i soldi degli arabi, in barba al titolo V della Costituzione: è stata partorita una legge “ad nosocomium”.

– Abbiamo capito che l’Ospedale Bambin Gesù è stato scelto come partner del progetto, dal punto di vista sanitario, solo per avere il riconoscimento della nuova struttura come IRCCS (Istituto di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico), al fine di “venderla” come un “brand” in appoggio agli investitori qatarini. Da parte del Bambin Gesù al momento non ci sono sostanziali impegni.

– Abbiamo capito che l’apertura di questa nuova mega-struttura privata nella Gallura porta a riempire un “vuoto” di investimenti pubblici di cui la politica sarda è responsabile da vent’anni.

-Abbiamo capito che la strada che si è intrapresa è quella del “privato forte”, in contrapposizione a uno Stato-Regione debole, con il silenzio assenso di tutte le opposizioni.

SIAMO CONSAPEVOLI O NO CHE CI STIAMO VENDENDO L’ANIMA AL DIAVOLO?

I cittadini sardi sono stati “ingolositi” dall’annuncio di nuovi 1800 posti di lavoro che dovrebbe portare l’apertura dell’ospedale: vigileremo affinché quei posti vadano effettivamente agli abitanti della regione. Ricordiamo che la Sardegna, in questa fase storica, sta vivendo una crisi occupazionale drammatica.

Forse i politici sardi hanno abdicato a una visione della società comunitaria e partecipata, scegliendo di giocare d’azzardo con un partner che conosce la nostra debolezza economica strutturale.

Noi ravvisiamo il concreto pericolo che questo caso rappresenti il cavallo di troia al cui interno è annidato il “vero” piano: nessuna eccellenza di medicina di elezione, né di ricerca, ma solo politiche basate sulla riabilitazione e la lungodegenza. Questa “filosofia ospedalocentrica” non risponde ai bisogni dei sardi, che sono in buona posizione per assistenza primaria e che possono contare su un’assistenza domiciliare indiretta e un modello di sanità
d’iniziativa funzionanti.

Insomma, quello che abbiamo visto in Sardegna è un pezzo, paradigmatico, del tentativo di smantellamento di quella parte sana della Sanità pubblica che, nonostante tutto, per qualità, ancora rimane ai primissimi posti nel mondo.

 

Blog M5S Affari Sociali, Salute e Sanità

VI MUNICIPIO: M5SOCCORSO. ISPEZIONE AGLI OSPEDALI DI TOR VERGATA E CASILINO

M5SOCCORSO. Ceeerto: c’è da aggiungere che il primario del pronto soccorso dott. Romeo ha una visione totalmente “ospedalocentrica” della sanità prontamente rimproverato durante la visita da uno dei “Mr Sanità” di Roma, il Prof. Simonetti ordinario di Radiologia di Tor Vergata (anche genero di Ciarrapico), collocato politicamente a destra, e Presidente della Ia sezione dell’Istituto Superiore di Sanità.

Non si muove foglia al Policlinico di Tor Vergata che Simonetti non voglia.

C’è il serio sospetto che qualsiasi direttore generale dell’ospedale e/o dell’ASL RMB non potrà mai opporsi a tanta concentrazione di potere, nemmeno decidessero per il bene dei cittadini, se vanno contro gli interessi di Simonetti.

Riusciranno i nuovi direttori generali a lavorare x i cittadini e non per assecondare i poteri forti?

Leggi l’articolo del Giornale Web Roma Today

Un’ispezione a sorpresa per valutare le condizioni dei Pronto soccorso del Policlinico Casilino e del Policlinico di Tor Vergata: venerdì scorso, un gruppo di parlamentari del M5S ha visitato le due strutture, dopo le numerose segnalazioni di associazioni, comitati e cittadini. Il blitz faceva parte di un’operazione coordinata, che ha coinvolto consiglieri regionali, municipali, comunali, deputati e senatori del Movimento 5 Stelle eletti nel Lazio, che si sono recati in alcuni Pronto Soccorso di Roma e provincia. In serata i portavoce sono andati anche al San Camillo. Il gruppo, composto dai portavoce alla Camera Massimo Enrico Baroni e Luca Frusone, dalla portavoce al Senato Paola Taverna e dal portavoce al Consiglio regionale Gianluca Perilli​, ha raccolto, attraverso schede ad hoc, le osservazioni degli utenti e le criticità rilevate nelle due strutture, tra cui i tempi di attesa, la carenza di posti letto e di personale.

282931_448758391856774_1930526181_n-2“Uno dei grossi problemi del Policlinico di Tor Vergata, come degli altri ospedali in condizioni di criticità a Roma e in Provincia, è che non si riesce ad effettuare ‘Medicina di Elezione’, ossia tutti quegli interventi ad alta ed altissima specializzazione medica”, spiega Massimo Enrico Baroni, portavoce del M5S alla Camera dei Deputati. “Nel Pronto soccorso di Tor Vergata, il capo del Dipartimento di Cardiologia e dell’Area Emergenza, Franco Romeo, ci ha precisato l’esistenza di una macchina Tac non utilizzata e che tutte le altre macchine per diagnosi sono sottoutilizzate – prosegue Baroni –. Inoltre ci sono 2 sale emergenza che potrebbero diventare all’urgenza sale operatorie. Come ci ha spiegato il Prof. Romeo, i tempi di attesa sono la maggiore criticità insieme alla carenza di personale: ritiene necessario avere 20 infermieri e un numero maggiore di anestesisti e cardiologi. La struttura inoltre esegue circa 400 interventi su infarto all’anno, mentre al San Camillo gli interventi sono appena 160. Entrambi hanno reparti noti per il loro funzionamento, ma i loro posti letto non sono gestiti in maniera programmatica, perché vengono riempiti da ricoveri di Pronto soccorso.

Il primario del Pronto Soccorso Casilino, Adolfo Pagnanelli, ha affermato che le maggiori criticità sono nei posti letto: a fronte di 18mila accessi, tra Casilino, Tor Vergata e Pertini, esistono solo 900 posti letto. Il Dott. Pagnanelli ha precisato anche l’esistenza di un problema di povertà della famiglia: molte persone non possono farsi carico di un familiare malato e ricorrono al Pronto Soccorso di queste tre strutture e al ricovero anche con codice verde. Quindi l’assenza di programmazione sanitaria e socio sanitaria fa si che il Pronto soccorso diventi un collo di bottiglia di tutti i casi di post acuzia e subacuzia, che non vengono direttamente trattati, malattie croniche che si riacutizzano a fronte di mancanza di presa incarico dei servizi di riabilitazione. L’ovvia conseguenza è l’intasamento dei Pronto Soccorso, che sopperiscono all’assenza di programmi distrettuali e municipali di sanità di iniziativa.

Articolo del Giornale Web Roma Today

 

Video del #M5S soccorso realizzato dalla Televisione Web Tiburno.tv – Blitz del Movimento5stelle nei pronto soccorso del Lazio 

Una serie di visite ispettive nei pronti soccorso del Lazio per verificare le condizioni di criticità segnalate da associazioni, comitati e cittadini sono state condotte il 17 Gennaio 2014 dai consiglieri regionali (Perilli, Barillari e Porello), municipali, comunali, deputati e senatori del Movimento 5 Stelle eletti nei Pronto Soccorso del Lazio. Della delegazione fanno parte i parlamentari Baroni, Taverna, Di Battista, Lombardi, Daga, Bernini, Iannuzzi, Frusone, e Simeoni

BARONI. RISPOSTA M5S ALLE LINEE PROGRAMMATICHE LORENZIN (11 LUGLIO 2013)

“Gentile ministro, colleghi deputati della Commissione, vorremmo innanzitutto ringraziare il ministro per essere tornata per la quarta volta ad ascoltare e a rispondere in merito al suo programma in materia di salute. Tra le molte questioni sollevate dal ministro nel suo discorso programmatico troviamo diverse vulnerabilità a cui vorremmo, però, dare il nostro contributo in qualità di forza politica di opposizione più numerosa e più importante in termini di innovazione e ricostruzione culturale.

Non abbiamo forza ideologica alle nostre spalle, ma solo cittadini coinvolti. Vediamo, quindi, insieme a lei, ministro, se esistono punti potenzialmente condivisi dalle altre forze politiche. Al termine del suo discorso, lei ha auspicato una governance forte ed autorevole, con l’auspicio di potersi avvalere di un ampio confronto per individuare risposte condivise sulle questioni da affrontare.

Non so se ciò comprenda anche una funzione di controllo rispetto ai diversi assetti ben radicati che lei avrà trovato all’interno del suo ministero. È inutile ricordarle che le lobby e gli stakeholder sono permanentemente insediati nella filiera di fondazioni, società specializzate di medical device, associazioni di categoria, federazioni e consulenze e che sono molto abili a resistere ai cambiamenti che potenzialmente comporteranno un’inversione culturale nelle abitudini di spesa, che lei ammette come inevitabile e che noi, invece, auspichiamo come metodo sistematico.

Le chiediamo, quindi, di mettersi in una posizione di ascolto e di disponibilità in merito a questioni primarie come la trasparenza. Tra i vari stakeholder che i cittadini e gli operatori del settore sanitario e sociosanitario desiderano monitorare ci sono tutte le consulenze esistenti all’interno del ministero e di altri enti di rilevanza pubblica in materia di sanità che, ammantati a volte di carattere scientifico, raggruppano dati per giustificare capitoli di spesa in odore di convenienze.

È ovvio che la finalità di tutti questi attori è quella di creare visioni che occultano falsi bisogni di salute e di sanità. Sappiamo bene che gli stakeholder riescono a creare e a potenziare i bisogni di salute e di sanità. Vorremmo citarle il famoso fenomeno del consumismo farmaceutico, con le grandi case farmaceutiche che investono due terzi dei loro bilanci nel marketing e solo un terzo nella sperimentazione di nuovi farmaci. Che bisogno abbiamo che venga fatta pubblicità ?

Questo è il fenomeno del disease mongering, ossia della commercializzazione delle malattie, come il caso dell’ADHD (Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder) nel quale il successo del Ritalin venduto negli Stati Uniti ha permesso un successo analogo anche in Germania. A questo proposito, la campagna «Giù le mani dai bambini» e il giornalista Luca Poma denunciano che alcune case farmaceutiche stanno facendo pubblicità su farmaci per bambini prima ancora che abbiano avuto l’autorizzazione da parte dell’AIFA (Agenzia italiana del farmaco). Il marketing di farmaci non autorizzati è, però, pratica vietata dalla legge.

Quando ribadisce la sua forte intenzione di contrastare il binge drinking, il gioco d’azzardo e il fumo, vorremmo ricordarle che qualsiasi libro di carattere divulgativo sul tema della salute mentale è in grado di spiegare che tali patologie sono il sintomo di un disagio esistenziale e sociale più profondo, introiettato attraverso l’uso di modelli culturali che non sono bullistici, ma muscolari, meccanicistici e individualistici.

La mia stessa professione, la psicologia clinica, ha tradito il suo mandato iniziale di portare una cultura dell’indagine e una corretta analisi della domanda nei contesti organizzativi complessi, facendosi corrompere dalle sirene della medicalizzazione e della professione. Troviamo psicologi ospedalieri che vestono il camice bianco per evocare un potere piuttosto che mettere a disposizione una competenza in tema di sofferenza e di supporto a essa.

Tutti noi, negli ultimi giorni, abbiamo reso tramite bonifico dai 10 ai 18.000 euro a testa come restituzione delle eccedenze. Anche questo è uno spunto di riflessione in termini di salute. Credo che il nostro sistema immunitario ed endocrinologico rimarrà a prova di bomba per tutta la durata della legislatura. Tali gesti, infatti, fanno bene alla salute mentale, all’anima e ai cittadini che ci osservano e su cui esercitiamo un potere di attivazione perché manteniamo forte il nostro mandato sociale.

Interpretiamo in pieno la presa in carico del dolore e della sofferenza di chi vorrebbe, ma a causa della crisi economica e – ripetiamo – culturale non può, e si trova ingolfato in un sistema di risorse malato e asfittico. Anche le pubblicazioni dei collaboratori di cui lei si avvale, come i professori della scuola di specializzazione della Bocconi, coautori del rapporto OASI (Osservatorio sulla funzionalità delle aziende sanitarie italiane) 2012, auspicano in maniera imprescindibile un’inversione culturale in merito ai due parametri che concorrono a creare una buona sanità: una medicina ospedaliera per acuti ad alta e altissima specializzazione tecnologica, supportata da una medicina di comunità, multidisciplinare, di iniziativa, a gestione ambulatoriale e domiciliare, in cui finalmente troviamo il personale sanitario che entra in casa del paziente, che mantiene viva la programmazione con un progetto terapeutico individualizzato, che fa meno politica nei palazzi della casta e più politica professionale, cioè politica della salute, della prevenzione primaria e terziaria, e che si assume totalmente il mandato sociale, non quello politico e di interessi che non sia la salute del paziente.

Oggi abbiamo chiesto, in merito alle audizioni possibili da svolgere presso questa Commissione, un’audizione di rappresentanti del gruppo tematico «Decrescita e salute». In tempi in cui il PIL sta scendendo, la nostra capacità predittiva risulta la più adatta rispetto all’inevitabile riallocazione delle risorse a cui lei, ministro, sarà chiamata a rispondere; una riallocazione che sarà ancora una manovra di lacrime e sangue perché negli ultimi anni avete usato ancora un modello di crescitaesponenziale, prima iperbolico. Ora state tentando di farci credere che sia possibile un modello di crescita logaritmico. Sappiamo bene che non ci crede più nessuno e che lei deve usare l’espressione «universalità mitigata» per la semplice ragione che, con i suoi consulenti, vecchi e legati allo status quo di molti stakeholder, non avete una visione alternativa di reductio ad simplicitas.

I dati epidemiologici Istat 2011 sulle patologie croniche dicono che i residenti in Italia diagnosticati con una patologia cronica sono il 38,6 per cento del totale. Più di un terzo degli italiani soffre di patologia cronica, e il dato è ovviamente in aumento.

Nel momento in cui il secondo modello, quello di sanità di iniziativa, dovesse funzionare a pieno regime, il primo, quello di sanità di attesa e di prevenzione secondaria, verrebbe diminuito in senso quantitativo, innalzandone il livello di specializzazione perché con un modello di primary health care, promosso e sostenuto dall’OMS (Organizzazione mondiale della sanità) come ottimale per i nostri Paesi, si andrebbe proprio a drenare quella domanda di ospedalizzazione per subacuti e post-acuti ciclicamente destinati a ritornare in ospedale a causa dell’abbandono sociale successivo alla dismissione. L’assenza di una continuità progettuale domiciliare multidisciplinare successiva alla dismissione ospedaliera è un fattore chiave in termini di possibilità di occupazione e diminuzione degli sprechi.

Nel leggere il suo testo troviamo uno strabismo, che ci auguriamo sia di Venere e non voluto. Vogliamo credere che sia mal consigliata e che chi la consiglia sia in buona fede. Se, infatti, a quanto ci risulta, vuole difendere la scelta dei suoi predecessori di deospedalizzare l’offerta sanitaria, le ricordiamo che non è possibile farlo se contemporaneamente non si scopre che l’ospedalizzazione del territorio è frutto di politiche di medicalizzazione spinta dei bisogni essenziali, in primo luogo di semplici bisogni culturali, come l’autocura e la prevenzione da stress correlato.

È sintomatico, infatti, che per mantenere il budget del sistema sanitario nazionale siano state tolte risorse – come è ben noto – al comparto scolastico e dell’istruzione. Quando parla di difendere gli ospedali, luogo principe deputato alla cura delle acuzie, speriamo che abbia ben chiaro l’abuso che i politici hanno sempre fatto di questi luoghi: potenziandoli, hanno creato veri e propri bacini di clientele. Per esempio, solo nel Lazio nel territorio dei Castelli Romani abbiamo tre ospedali a breve distanza l’uno dall’altro perché ogni sindaco, in accordo con consiglieri regionali, deve avere il proprio ospedale, come una specie di spilla da appuntarsi alla giacchetta.

Passiamo a qualche altro tema sintomatico. Ogni anno si laureano circa 10.000 nuovi infermieri che di fatto rimangono inoccupati. Vorremmo sapere cosa intende fare per quei 30.000 infermieri professionali disoccupati e precari formati nelle università italiane, a fronte di molti infermieri impiegati con formazioni inferiori venuti da altri Paesi e usati da cliniche private convenzionate per abbassare il costo del lavoro in strutture come le RSA (residenze sanitarie assistenziali), spesso veri manicomi travestiti da strutture per lunga degenza, con un terzo settore usato per la creazione di cooperative che nascono nella stessa orbita di controllo e di massimizzazione del profitto della clinica privata convenzionata.
Per terminare il nostro intervento, ricordandole che una buona offerta sanitaria crea come aspetto bias anche un aumento della domanda stessa e che il correttivo che suggeriamo è la capacità di sfruttare il cambiamento delle asimmetrie informative tra medici e pazienti, diciamo che il potenziamento di servizi di cura primaria e terziaria passa anche attraverso la capacità di sfruttare in senso progettuale queste asimmetrie informative, di cui, se vuole, potremmo parlare.

Solo la riattivazione di un potenziale umano coinvolgente, chiaro, condiviso, lontano da logiche lineari e causali della medicina allopatica tout-court e più vicino a modelli di progettazione di media e lunga durata, con modelli biopsicosociali e olistici, porta a delle modifiche nelle abitudini di pazienti cronici e al potenziamento della bassa e media specializzazione, con il rafforzamento del senso di comunità e dell’appartenenza territoriale da cui la salute dell’Italia dipende.”

 

Massimo Enrico Baroni Commissione Affari Sociali dell’11 Luglio 2013

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