COOP 29 GIUGNO. 30MILA € A MARINO? GOVERNO RISPONDI?

Da sabato mattina interroghiamo il Governo sui 1000 mq a canone agevolatissimi che la Coop 29 Giugno ha avuto da parte della giunta Marino, in particolare chiediamo anche spiegazioni sui 30.000 Euro che la stessa “29Giugno” ha erogato a Marino durante la campagna elettorale.

Vogliamo sapere se il governo è informato e se questo tipo di assegnazione sia stata fatta a norma di legge.

Perché a noi non risulta

VIDEO. MASSIMO BARONI (M5S): COOP 29 GIUGNO. 30MILA € A MARINO? GOVERNO RISPONDI?

 

Leggi il testo dell’interrogazione

Atto Camera. Interrogazione a risposta scritta 4-07396 presentato da BARONI Massimo Enrico

BARONI, DI BATTISTA, LOMBARDI, VIGNAROLI, DAGA e FRUSONE.

Al Ministro dello sviluppo economico. — Per sapere – premesso che:
la vicenda relativa all’inchiesta «Mondo di Mezzo» appare per molti versi inquietante, sollevando tra l’altro pesanti interrogativi sul sistema delle cooperative;

dal sito del comune di Roma, a tutt’oggi non risulta allegato, da parte del sindaco Ignazio Marino il rendiconto, ex lege n. 515 del 1993, articoli 6 e 7, delle spese elettorali sostenute e dei contributi ricevuti completo di tutte le voci, ma risulterebbe scritta a penna solamente la somma delle spese effettuate divisa per capitoli piuttosto generici;

dalle risultanze dell’inchiesta «Mondo di Mezzo» istruita dalla procura della Repubblica presso il tribunale di Roma risultano due bonifici uno di 10.000 (diecimila) euro proveniente dalla Cooperativa 29 Giugno e uno di 20.000 (ventimila) euro proveniente dal consorzio Eriches 29, entrambi facenti capo a Salvatore Buzzi arrestato nel corso della medesima inchiesta che sarebbero finiti a finanziare la campagna elettorale del futuro sindaco Ignazio Marino;

da fonti di stampa si apprende che, con apposita delibera (n. 312 del 2014) il comune di Roma ha dato in concessione alla Cooperativa 29 Giugno l’immobile di Via Pomona 63/65, una delle sedi della cooperativa stessa, ad un prezzo di 14.752,80, ben l’80 per cento al di sotto dei prezzi di mercato di quella zona, valutato dall’ufficio stime del Campidoglio in 73.764 euro, e, sebbene lui si sia difeso dicendo che in precedenza la coop 29 Giugno occupasse quegli stessi locali a titolo gratuito vale qui la pena ricordare la legge n. 241 del 1990 che all’articolo 12 modificato dal decreto legislativo n. 33 del 2013 sulla pubblicità e trasparenza nella pubblica amministrazione che così recita: «La concessione di sovvenzioni, contributi, sussidi ed ausili finanziari e l’attribuzione di vantaggi economici di qualunque genere a persone ed enti pubblici e privati sono subordinate alla predeterminazione da parte delle amministrazioni procedenti, nelle forme previste dai rispettivi ordinamenti, dei criteri e delle modalità cui le amministrazioni stesse devono attenersi» e che è stata totalmente mancante –:
se il Ministro interrogato sia a conoscenza dei fatti in premessa;
se abbia attivato i necessari controlli sulla coop 29 Giugno che devono necessariamente riguardare anche il costo di locazione dell’immobile ove è ubicata la sua sede principale. (4-07396)

NORME E ORIENTAMENTI DELLA CONSULTA IN MATERIA D’INCOMPATIBILITA’

A sostegno della incompatibilità parlamentare dei Senatori Mandelli, Bianco, D’Ambrosio Lettieri e Silvestro.

I senatori in questione sono presidenti degli ordini professionali ai sensi del d.lcps 233/1946 e del regolamento di esecuzione DPR 221/1950.

Gli ordini professionali sono enti pubblici non economici e rientrano nell’ambito di applicazione del d. lgs 165/2001, come chiarito da numerose sentenze del Consiglio di Stato,  della Corte di Cassazione e della Corte Costituzionali e come di recente ribadito anche dall’Autorità nazionale anticorruzione con delibera 145/2014.

Gli ordini professionali non sono in alcun modo assimilabili alle organizzazioni di categoria (es. confcommercio, sindacati, confindustria ecc.).

Il presidente o il vicepresidente sono eletti all’interno del Comitato centrale composto da un numero variabile di 7/15 componenti, a loro volta eletti, ogni triennio, tra gli iscritti all’albo.  L’iscrizione all’albo è obbligatoria per chiunque eserciti la professione sanitaria di riferimento, è stabilita una tassa esigibile anche con la riscossione a ruolo.

In qualità di Presidenti degli ordini i senatori sono componenti, nominati con decreto, anche del Consiglio superiore di sanità, della Commissione nazionale ECM e di altri organismi di diritto pubblico costituiti e finanziati dal Ministero della salute o dai  medesimi ordini (es.  COGEAPS – Consorzio anagrafica professioni sanitarie, CUP – Comitato unitario professioni, fondazioni varie, ecc ).

In taluni casi (ad es. è il caso del senatore D’Ambrosio Lettieri) sono anche componenti, nominati con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri  della Commissione Centrale esercenti le professioni sanitarie, un organo giurisdizionale presso il Ministero della Salute.

In altri casi fanno parte anche di commissioni, tavoli o comitati tecnici e consultivi istituiti presso il Ministero della salute (es. la senatrice Silvestro partecipato al tavolo tecnico istituito in materia assicurativa oppure il senatore Mandelli risulta essere componente della Commissione per la vigilanza ed il controllo sul doping e per la tutela della salute nelle attività sportive come rappresentante del Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio).

E’ necessario che i senatori Silvestro e D’Ambrosio Lettieri chiariscano la loro partecipazione rispettivamente nella societa Promesa (che sembra occuparsi di materia assicurativa) e nella società Aura srl e sue fiduciarie (che sembra essere una struttura sanitaria privata accreditata dalla regione Puglia e in convenzione anche con l’Università di Bari).

E’ necessario verificare se i suddetti senatori percepiscano indennità per le loro cariche di Presidenti di ordini professionali e degli altri incarichi e/o cariche.

Si tratta dunque di cariche elettive e il bacino elettorale di riferimento è molto vasto (per i medici e gli infermieri è di oltre 350.000 iscritti/elettori)

Le norme relative alle incompatibilità sono le seguenti:

  1. L’art. 1. della L. 60 del 1953I membri del Parlamento non possono ricoprire cariche o uffici di qualsiasi specie  in  enti  pubblici  o  privati,   per   nomina   o designazione del  Governo  o  di organi  dell’Amministrazione  dello Stato.  Sono escluse dal divieto le cariche in enti culturali, assistenziali, di culto e in  enti-fiera,  nonché  quelle  conferite nelle  Università  degli  studi  o  negli  Istituti di   istruzione superiore a seguito di designazione elettiva dei Corpi accademici,   salve le disposizioni dell’art. 2 della legge 9 agosto 1948, n. 1102. Sono parimenti escluse le nomine compiute dal Governo, in base a norma di legge, su designazione delle  organizzazioni  di  categoria.”.
  2. L’art. 2. della L. 60 del 1953 “ Fuori dei casi previsti nel primo comma dell’art. 1, i membri del Parlamento non possono ricoprire cariche, ne’ esercitare funzioni di amministratore, presidente, liquidatore, sindaco  revisore  direttore generale  o  centrale,  consulente  legale   o   amministrativo   con prestazioni di carattere  permanente,  in  associazioni  o  enti  che gestiscano servizi di qualunque genere per conto dello Stato o  della pubblica Amministrazione, o ai quali lo  Stato  contribuisca  in  via ordinaria, direttamente o indirettamente. Si applicano alle incompatibilita’ previste nel presente articolo le esclusioni indicate nel secondo comma dell’art. 1”;
  3. L’art. 8 della L. 60 del 1953Gli accertamenti  e le istruttorie sulle incompatibilità previste dalle  leggi  sono  di  competenza  della Giunta delle elezioni della Camera  dei  deputati  o  del Senato, che e’ investita del caso dalla Presidenza  della  rispettiva  Assemblea,  secondo che trattisi di un deputato o di un senatore che non abbia ottemperato a quanto disposto nell’articolo precedente.
  4. L’art. 3 legge 31 ottobre 1965, n. 1261 “Determinazione della indennita’ spettante ai membri del Parlamento” prevede: “ Con l’indennità’  parlamentare  non  possono  cumularsi  assegni o indennita’,  medaglie  o  gettoni  di  presenza comunque derivanti da incarichi di carattere amministrativo, conferiti dallo Stato, da Enti pubblici,   da   banche   di   diritto   pubblico,  da  enti  privati concessionari  di  pubblici  servizi, da enti privati con azionariato statale  e da enti privati aventi rapporti di affari con lo Stato, le Regioni, le Province ed i Comuni.”

Sono altresì incompatibili ai sensi di:

  1. art. 1 c. 2 lett. l) del d. lgs 39/2013 definisce come “incarichi di amministratore di enti pubblici e  di  enti privati in controllo  pubblico»,  gli  incarichi  di  Presidente  con deleghe gestionali dirette, amministratore delegato  e  assimilabili, di altro organo di  indirizzo  delle  attività  dell’ente,  comunque denominato, negli enti pubblici e negli enti di  diritto  privato  in controllo pubblico.”
  1. art. 11 c. 1 del d. lgs 39/2013 prevede che “Gli incarichi amministrativi di vertice  nelle  amministrazioni statali, regionali e locali e gli incarichi di amministratore di ente pubblico di livello nazionale, regionale e locale, sono incompatibili con la carica di Presidente del  Consiglio  dei  ministri,  Ministro, Vice Ministro, sottosegretario di Stato e  commissario  straordinario del Governo di cui all’articolo 11 della legge  23  agosto  1988,  n. 400, o di parlamentare.”;

ATTENZIONE

Questa incompatibilità non è rilevabile per le cariche in corso alla data di entrata in vigore della legge poiché ai sensi dell’art. 29-ter del D.L. 69/2013 (convertito dalla Legge n. 98/2013), “in sede di prima applicazione, con riguardo ai casi previsti dalle disposizioni di cui ai capi V e VI del decreto legislativo 8 aprile 2013, n. 39, gli incarichi conferiti e i contratti stipulati prima della data di entrata in vigore del medesimo decreto legislativo in conformità alla normativa vigente prima della stessa data, non hanno effetto come causa di incompatibilità fino alla scadenza già stabilita per i medesimi incarichi e contratti“.  Nel caso di specie è riferibile solo alla nuova  elezione di Mandelli a Presidente dell’Ordine dei Farmacisti di Milano-Lodi. Le cariche di presidenti nazionali sono in prossima scadenza (le elezioni si devono tenere entro marzo 2015.)

L’interpretazione della l. 60/1953 dovrebbe tener conto degli orientamenti espressi dalla Corte costituzionale da ultimo con la nota sentenza della Corte Costituzionale n. 277 del 2011 che, pur riferendosi alla incompatibilità tra parlamentari e sindaci di Comuni con popolazione superiore a 20.000 abitanti, esprime la violazione dei principi costituzionali sussumibili anche alle cariche elettive de quo.

Il giudizio di legittimità costituzionale della sentenza è riferito agli articoli 1, 2, 3 e 4 della legge 15 febbraio 1953, n. 60 (Incompatibilità parlamentari) nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti. Della sentenza in questione si rilevano alcuni passaggi fondamentali

  1. “Preso atto, poi, del “diritto vivente” consolidatosi, a partire dal 2002, sulla base della prassi (peraltro ritenuta insindacabile ex art. 66 Cost.) seguita dalle Giunte per le elezioni di Camera e Senato – le quali (pur nella consapevolezza dell’esistenza di una lacuna legislativa dovuta alla mancata disciplina, nelle norme statali, della ipotesi di incompatibilità in esame) ritengono di non poterla colmare in via interpretativa, attraverso l’applicazione analogica delle disposizioni concernenti l’ineleggibilità, ostandovi il principio di tassatività delle cause d’ineleggibilità e incompatibilità e la considerazione che l’elettorato passivo rientra tra i diritti politici fondamentali del cittadino –, il rimettente rileva tuttavia che, dalla giurisprudenza anche risalente della Corte costituzionale, emerge la costante valorizzazione del principio cosiddetto di conversione delle cause di ineleggibilità sopravvenute in cause d’incompatibilità, onde colmare le eventuali lacune legislative (come da ultimo affermato nella sentenza n. 143 del 2010 proprio in tema di incompatibilità tra cariche elettive nella Regione Sicilia).”
  1. Secondo il rimettente, dunque, le disposizioni della censurata legge statale contrasterebbero in parte qua: a) con gli artt. 3 e 51 Cost., per violazione del principio costituzionale che esige l’uniforme garanzia per tutti i cittadini, in ogni parte del territorio nazionale, del diritto fondamentale di elettorato attivo e passivo, giacché la mancata previsione del divieto di cumulo può comportare una disparità di trattamento tra la posizione di coloro che sono già parlamentari ed intendono candidarsi alla carica locale, sui quali non grava alcun obbligo, e coloro che, invece, sono titolari di un ufficio pubblico locale e intendono partecipare alla competizione elettorale per uno dei rami del Parlamento, sui quali grava l’obbligo di dimettersi preventivamente; nonché per violazione del principio di ragionevolezza, in quanto un soggetto non può assumere durante il proprio mandato uffici o cariche che gli avrebbero precluso l’eleggibilità rispetto a quello ricoperto per primo; b) con l’art. 67 Cost., in ragione della possibile contrapposizione d’interessi tra enti locali (e segnatamente tra Comuni aventi una rilevante popolazione) ed organizzazione statuale nazionale, con conseguente vulnus del principio di libertà di mandato, per possibile conflitto di interessi tra l’impegno del deputato e quello di sindaco; c) con l’art. 97 Cost., atteso che il cumulo degli uffici di sindaco di un Comune con rilevante popolazione e di parlamentare nazionale può ripercuotersi negativamente sull’efficienza e imparzialità delle funzioni cumulativamente esercitate.
  1. Poiché in ultima analisi le cause di ineleggibilità e di incompatibilità si pongono quali strumenti di protezione non soltanto del mandato elettivo, ma anche del pubblico ufficio che viene ritenuto causa di impedimento del corretto esercizio della funzione rappresentativa, il potere discrezionale del legislatore di introdurre (o mantenere) dei temperamenti alla esclusione di cumulo tra le due cariche «trova un limite nella necessità di assicurare il rispetto del principio di divieto del cumulo delle funzioni, con la conseguente incostituzionalità di previsioni che ne rappresentino una sostanziale elusione» (sentenza n. 143 del 2010).
  1. In assenza di una causa normativa (enucleabile all’interno della legge impugnata ovvero dal più ampio sistema in cui la previsione opera) idonea ad attribuirne ragionevole giustificazione, la previsione della non compatibilità di un munus pubblico rispetto ad un altro preesistente, cui non si accompagni, nell’uno e nell’altro, una disciplina reciprocamente speculare, si pone in violazione della naturale corrispondenza biunivoca della cause di ineleggibilità, che vengono ad incidere necessariamente su entrambe le cariche coinvolte dalla relativa previsione, anche a prescindere dal dato temporale dello svolgimento dell’elezione. Tanto più che la regola della esclusione “unidirezionale” viene in concreto fatta dipendere, quanto alla sua effettiva operatività, dalla circostanza – meramente casuale – connessa alla cadenza temporale delle relative tornate elettorali ed alla priorità o meno della assunzione della carica elettiva “pregiudicante” a tutto vantaggio della posizione del parlamentare; da ciò la lesione non soltanto del canone di uguaglianza e ragionevolezza ma anche della stessa libertà di elettorato attivo e passivo.
  1. Pertanto, gli artt. 1, 2, 3 e 4 della legge n. 60 del 1953 devono essere dichiarati costituzionalmente illegittimi, nella parte in cui non prevedono l’incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di Comune con popolazione superiore ai 20.000 abitanti.

Anche la sentenza della Corte Costituzionale n. 143 del 2010 esprime considerazioni e orientamenti di rilievo in merito alle incompatibilità e alla loro omissione (nel caso di specie riferite alla legge della regione siciliana che non prevedeva  l’incompatibilità del deputato regionale che sia anche assessore di un Comune» di grandi dimensioni)

  1. L’omissione censurata, quindi, contrasterebbe con gli artt. 3, 51 e 97 Cost.,
  2. Ciò che emerge dalla legislazione nazionale relativa alle Regioni ordinarie è, dunque, la previsione del parallelismo tra le cause di incompatibilità e le cause di ineleggibilità sopravvenute, con riguardo all’esigenza, indicata dalla legge, di preservare la libertà nell’esercizio della carica di consigliere, o comunque i principi espressi dall’art. 97 Cost. con riguardo all’operato della pubblica amministrazione.
  3. Questa Corte ha già avuto modo di ritenere, sia pure in linea di principio, contrario all’art. 97 Cost. il predetto cumulo delle cariche.
  4. Infatti nella sentenza n. 201 del 2003 – sia pure con riferimento all’ipotesi speculare prevista dall’art. 65 del d.lgs. 18 agosto 2000, n. 267 (Testo unico delle leggi sull’ordinamento degli enti locali), il quale configura l’incompatibilità dei sindaci e degli assessori alla carica di consigliere regionale – si è affermato che tale disposizione esprime il principio secondo cui esistono «ragioni che ostano all’unione nella stessa persona delle cariche di sindaco o assessore comunale e di consigliere regionale e nella necessità conseguente che la legge predisponga cause di incompatibilità idonee a evitare le ripercussioni che da tale unione possano derivare sulla distinzione degli ambiti politico-amministrativi delle istituzioni locali e, in ultima istanza, sull’efficienza e sull’imparzialità delle funzioni, secondo quella che è la ratio delle incompatibilità, riconducibile ai principi indicati in generale nell’art. 97, primo comma, della Costituzione (sentenze n. 97 del 1991 e n. 5 del 1978). In sintesi: il co-esercizio delle cariche in questione è, a quei fini, in linea di massima, da escludere».
  5. Dunque, questa Corte ha individuato l’esistenza di un divieto di cumulo di cariche ove ciò si ripercuota negativamente sull’efficienza e imparzialità delle funzioni ed ha affermato che tale principio trova fondamento costituzionale nell’art. 97 Cost. (su tale fondamento delle cause di incompatibilità, si vedano, altresì, le sentenze n. 44 del 1997 e n. 235 del 1988).
  6. Nel medesimo modo, potrà stimarsi non difforme dall’art. 97 Cost. la corrispondente previsione che si impone, in virtù del principio del parallelismo sopra richiamato, con riguardo alla speculare causa di incompatibilità.
  7. Dunque, il combinato disposto degli art. 3, 51 e 97 Cost. impone alla Regione siciliana di introdurre a motivo di incompatibilità all’ufficio di deputato regionale la sopravvenuta ricorrenza della causa di ineleggibilità della carica di sindaco e di assessore, con riferimento ai soli Comuni con popolazione superiore alla soglia di ventimila abitanti.

norme consulta e i 4 magnifici

TERZO SETTORE. IL PARERE DELL’ANAC

MEMORIA ANAC  (Memoria ANAC

 

Audizione XII Commissione Camera Deputati

Disegno di legge n.2617 “Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale”

 

  1. L’audizione riguarda la delega per il riordino e la revisione organica della disciplina degli enti privati del “terzo settore” e delle attività che promuovono e realizzano finalità solidaristiche e di interesse generale (proposte di legge n. 2071 e n. 2095 e disegno di legge n. 2617).

In particolare l’argomento per il quale all’A.N.AC. è stata richiesta un’audizione attiene all’impatto delle norme sulla trasparenza, l’incompatibilità e l’inconferibilità nella Pubblica Amministrazione, che estenderò, più in generale, al piano della prevenzione della corruzione. La disciplina normativa attuale è rinvenibile nella legge 6 novembre 2012, n. 190, nel decreto legge 24 giugno 2014, n. 90 e nei decreti legislativi n. 33 del 14 marzo 2013 e n. 39 dell’8 aprile 2013.

L’assunto è che, esistendo una disciplina di portata generale in materia, occorra domandarsi se essa si applichi, e – in caso positivo – in quale misura, agli enti del “terzo settore”.

 

  1. La prima questione da valutare riguarda l’ambito di applicazione soggettivo e oggettivo della normativa citata.

 

  • Dal punto di vista soggettivo la disciplina riguarda non solo ogni  amministrazione pubblica, ma anche:
  1. ogni ente privato in controllo pubblico, come definito dal d.lgs. n. 33/2013 (art. 11, modificato dall’art. 24 bis, co. 2, del d.l. n. 90/2014) e dal n. 39/2013 (art. 1, co, 2, lett. c); si tratta di un controllo che può attuarsi tanto sul piano finanziario, quanto mediante la nomina di persone destinate a ricoprire una posizione apicale;
  2. ogni ente di diritto privato in cui la P.A. abbia una partecipazione minoritaria (art. 11, 3, del d.lgs. n. 33/2013 e art. 1, co. 2, lett. d), del d.lgs. n. 39/2013);
  3. ogni ente privato finanziato o regolato dalla P.A. (art. 22 del d.lgs. n. 33/2013; art. 1, co. 2, lett. d), del d.lgs. n. 39/2013).

 

Quanto al «Terzo settore» si tratta di una varietà di enti di natura privatistica caratterizzati da una grande diversificazione dal punto di vista della loro struttura, organizzazione e attività: assumono la forma di ONLUS, cooperative sociali, associazioni di promozione sociale o di volontariato, ONG, ….

Sembrano essere caratterizzati da alcuni pochi dati comuni, costituiti dalla non distribuzione dei profitti, dall’autogoverno, dall’impiego di lavoro anche di volontariato, dall’organizzazione su base democratica.

 

  • Dal punto di vista oggettivo la disciplina riguarda l’ente che svolga un certo tipo di funzioni, individuate (ancora dall’articolo 11 del d.lgs. n. 33/2013) nelle «attività di pubblico interesse» disciplinate dal diritto italiano o dal diritto dell’Unione europea che consistano nell’esercizio di funzioni amministrative, di produzione di beni/servizi a favore della P.A., ovvero di gestione di servizi pubblici.

I due presupposti di cui ai punti 2.1 e 2.2 devono ricorrere cumulativamente affinché a tali enti privati si applichi la disciplina adottata per la Pubblica Amministrazione.

La normativa non è di agevole impiego da diversi punti di vista. Stante la menzionata diversità di natura, struttura e organizzazione degli enti del “terzo settore”, nonché la differente attività da essi svolta, si tratta di valutare caso per caso se l’ente sia raggiunto dalla disciplina in esame o meno. Ricorrono inoltre problemi ermeneutici: nonostante essa contempli anche proposizioni definitorie, non sono immediatamente comprensibili talune nozioni, quali, per esempio, quella di «attività di pubblico interesse»; di «ente di diritto privato regolato o finanziato» da una Pubblica Amministrazione; di «ente di diritto privato sotto controllo pubblico». Come si dirà poi, l’A.N.AC. auspica che si possano ricavare spazi per intervenire sui criteri direttivi della delega che si vuole conferire al Governo (con disegno di legge n. 1577) per adottare disposizioni integrative e correttive del d.lgs. n. 33/2013 e n. 39/2013 in materia di trasparenza, incompatibilità e inconferibilità di incarichi (art. 6).

 

Se i due presupposti cumulativamente non ricorrono, per garantire il comportamento etico e/o non corruttivo dell’ente si applicano norme diverse. In particolare rileva il regime stabilito dal d.lgs. n. 231 dell’8 giugno 2001, secondo una giurisprudenza ormai consolidata (v. in particolare per gli enti in partecipazione pubblica la sentenza della Corte di Cassazione n. 28699/2011; più in generale per gli enti del “terzo settore” le sentenze della Corte di Cassazione n. 15657/2011; e del Tribunale di Milano n. 11/820).

 

  1. Scendendo dal piano generale a quello particolare, si tratta quindi di verificare l’applicazione della normativa richiamata a singole situazioni.

 

  • In materia di prevenzione della corruzione

La normativa (art. 1, co. 49, 59, 60 e 61 della legge n. 190/2012) è stata interpretata nel senso di estendere l’obbligo di adozione dei Piani triennali di prevenzione della corruzione:

  1. a tutti gli enti pubblici anche nazionali e non solo (come esplicitamente stabilito) e a quelli locali e territoriali (questione che qui non rileva direttamente);
  2. agli enti di diritto privato in controllo pubblico. Essi, al fine di evitare inutili ridondanze, hanno l’obbligo di dotarsi – se già dispongano di un modello di organizzazione e gestione del rischio sulla base del d.lgs. n. 231/2001 – di un «modello 231 aggravato», che tenga cioè conto anche delle richieste previste nella legge n. 190/2012 (per esempio, tra l’altro, in materia di adozione del Piano triennale suddetto e di individuazione di un responsabile della prevenzione della corruzione). In questo senso dispone, ultra lege, il punto 3.1.1. del P.N.A.

A questo assetto si aggiunge la delibera della CIVIT n. 34/2012, secondo la quale la legge n. 190/2012 si applica anche agli istituti pubblici di assistenza e beneficienza in attesa della loro trasformazione in soggetti di diritto privato (ex art. 10 della legge n.328/2000).

 

3.2. In materia di trasparenza.

Lo scopo della disciplina di prevenzione della corruzione si consegue anche tramite l’estensione delle regole della trasparenza all’ambito dei rapporti che intercorrono tra cittadini, P.A. ed enti privati.

Il modello di trasparenza  contenuto nella legge n. 190/2012 e nel decreto attuativo n. 33/2013  contempla l’obbligo di ciascuna P. A. di pubblicare taluni dati e informazioni e, conseguentemente, il diritto del cittadino a conoscerli. Non si tratta, dunque, di un modello di trasparenza paragonabile a quello accolto dal «FOIA» statunitense e da altri Paesi europei: quest’ultimo si ispira al principio di accessibilità totale dei documenti della P.A. da parte del cittadino («total disclosure»), con il solo limite delle esigenze di riservatezza correlate a determinati interessi pubblici e privati. Diversamente nell’ordinamento italiano la pubblicità è una regola di stretto diritto positivo, garantita nella misura in cui una norma di legge la preveda come obbligo.

Questo  modello italiano ha subito una revisione ad opera del d.l. n. 90/2014, il quale ha allargato agli enti privati partecipati e controllati gli obblighi di trasparenza previsti per le pubbliche amministrazioni.

Nel dettaglio:

  • Una prima disposizione utile è contenuta nell’art. 22 del d.lgs. n. 33/2013. La norma pone in capo alle A. che vigilino o finanzino enti privati l’obbligo di comunicare taluni dati/informazioni assai significativi, quali: la ragione sociale, la misura dell’eventuale partecipazione dell’amministrazione pubblica, la durata dell’impegno, l’onere complessivo a qualsiasi titolo gravante sul bilancio dell’amministrazione per l’anno in corso, il numero dei rappresentanti dell’amministrazione negli organi di governo e il trattamento economico a ciascuno di essi spettante, i risultati di bilancio degli ultimi tre esercizi finanziari, i dati relativi agli incarichi di amministratore dell’ente e il relativo trattamento economico complessivo (co. 2).

Con questa disposizione indirizzata alla P. A. si consente al cittadino di conoscere, per esemplificare, a quali enti privati la propria Amministrazione comunale accordi finanziamenti; quali enti essa controlli sul piano finanziario, come su quello della nomina di persone che lavorano in organi di indirizzo politico o in posizione dirigenziale.

 

  • Una seconda disposizione pertinente è contenuta nell’art. 11 del d.lgs. n. 33/2013, secondo la nuova versione disposta con l’art. 24 bis del d.l. n. 90/2014. La disposizione – come anticipato di difficile interpretazione – estende gli obblighi di trasparenza agli enti privati in controllo pubblico «limitatamente alle attività di pubblico interesse». L’A.N.AC. si sta interrogando sulla portata di questa disposizione, alla luce della considerazione di diversamente graduare gli obblighi di trasparenza: un’ipotesi percorribile potrebbe rivelarsi quella di sottoporre agli obblighi di trasparenza l’ente partecipato dalla P.A. in posizione di minoranza in relazione alle sue sole attività (di pubblico interesse); l’ente posto sotto controllo pubblico in relazione anche alla sua

 

  • Da questa previsione discende che sono tenute alla pubblicazione di determinati dati/informazioni le persone che nell’ente controllato o partecipato ricoprono cariche nell’organo di indirizzo politico (art. 14 d.lgs. n. 33/2013), nonché le persone che ivi appartengono alla dirigenza amministrativa (art. 15 d.lgs. ult. cit.). La delibera A.N.AC. 144/2014 non è applicabile agli enti del ”terzo settore”, in quanto per ora riferibile alle sole PP.AA. e agli enti di diritto pubblico. A breve sarà predisposta una delibera di portata più generale.

 

  • Ne discende, inoltre, che in materia di trasparenza i poteri di A.N.AC. si estendono ai suddetti enti. Si tratta di poteri:
  • di regolazione (esercitati con direttive, pareri interpretativi, linee guida);
  • di vigilanza (sulla mancata adozione del Piano triennale sulla trasparenza; sulla mancata presenza nel sito del singolo ente di dati ritenuti di pubblicazione obbligatoria);
  • di ordine (ai singoli enti, relativamente all’obbligo di pubblicare i suddetti dati/informazioni)
  • di sanzione (nel caso in cui il soggetto obbligato ometta l’adozione dei piani triennali di prevenzione della corruzione, dei programmi triennali di trasparenza o dei codici di comportamento) accompagnati dall’obbligo di segnalazione «all’Autorità amministrativa competente» (altra espressione di difficile interpretazione) dei casi di mancata comunicazione delle informazioni e dei dati e di violazione degli obblighi di pubblicazione previsti dall’art. 47 del d.lgs. n. 33/2013, ai fini dell’esercizio del potere sanzionatorio previsto dal medesimo articolo.

Un esempio dell’estensione dell’obbligo di trasparenza agli enti di diritto privato implicati dalla normativa in questione tratto dalla prassi di A.N.AC. è rinvenibile nella FAC 4.4/2013, secondo la quale:

Gli Istituti Pubblici di Assistenza e Beneficienza (IPAB), qualora non abbiano provveduto né alla privatizzazione né alla trasformazione in Aziende pubbliche di servizi alla persona, sono da ritenersi enti pubblici regionali e, quindi, in considerazione di tale qualificazione, sono da ricomprendersi fra gli enti cui si applicano le disposizioni del d.lgs. n. 33/2013.

Laddove trasformati in Aziende pubbliche restano comunque inclusi nel novero delle “aziende ed amministrazioni” di Regioni, Province e Comuni, che l’art. 11 del d.lgs. n. 33/2013 contempla nell’ambito soggettivo di applicazione. Laddove invece siano stati privatizzati, occorrerà valutare caso per caso se rientrino fra i soggetti privati tenuti alla applicazione della disciplina in materia di trasparenza.

 

3.3. In materia di inconferibilità e incompatibilità

Nel caso rileva la disciplina stabilita con d.lgs. n. 39/2013. Il legislatore si è proposto di affrontare il rapporto tra P.A. e cittadini nelle loro organizzazioni sociali, con il fine di costruire un’amministrazione condivisa tramite l’esercizio delle funzioni pubbliche in modo imparziale da parte dei componenti degli organi di indirizzo politico e della dirigenza amministrativa.

La disciplina posta presenta tuttavia un grande limite, occupandosi di inconferibilità e incompatibilità in relazione ai soli incarichi dirigenziali e di responsabilità amministrativi di vertice, e non anche agli incarichi politici, di governo.

  • L’inconferibilità, come noto, consiste nella preclusione (“a monte”) permanente o temporanea ad attribuire incarichi dirigenziali nella P.A. a chi negli ultimi tre anni (art. 1, co. 2, lett. g), d.lgs. n. 39/2013, come dettagliatamente specificato negli artt. 4-8 del medesimo decreto):

– abbia svolto incarichi/ricoperto cariche in enti di diritto privato finanziati o regolati dalla  stessa P.A.;

– abbia ivi svolto attività professionali;

– sia stato componente di organi di indirizzo politico in quello stesso ente.

 

  • L’incompatibilità consiste nell’interdire (“a valle”) l’accettazione di certi incarichi (art. 1, co. 2, lett. h), d.lgs. n. 39/2013 come dettagliatamente specificato negli artt. 9-10, 13-14 del medesimo decreto).

La norma obbliga dunque il soggetto al quale venga conferito l’incarico dirigenziale nella P.A. a scegliere entro 15 giorni (a pena di decadenza) tra la permanenza nell’incarico e:

– l’assunzione/svolgimento di incarichi/cariche in enti di diritto privato regolati o finanziati dalla P.A. che conferisce l’incarico;

– lo svolgimento di attività professionali per l’ente;

– l’assunzione della carica di componente di organi di indirizzo politico.

Tali disposizioni sono state precisate e interpretate da alcune delibere della CIVIT. In particolare si menzionano: la n. 46/2013 ( in tema di efficacia nel tempo delle previsioni contenute nel d.lgs. n. 39/2013); la n. 48/2013 (circa il non impedimento alla conferma dell’incarico già ricoperto); la n. 58/2013 (in relazione all’applicazione delle disposizioni al settore sanitario).

L’A.N.AC. è  inoltre intervenuta con “orientamenti” interpretativi, quali il n. 35/2014 (art. 9, co. 2, in materia di assenza di incompatibilità tra la carica di Presidente del Consiglio di amministrazione di una fondazione in controllo pubblico e l’attività di notaio); n. 50/2014 (art. 10, co. 2, in materia di assenza di incompatibilità fra l’incarico di direttore generale, direttore sanitario e direttore amministrativo nelle aziende sanitarie locali di una medesima Regione e lo svolgimento di un’attività professionale, nella medicina convenzionata assunta o mantenuta dal coniuge e dal parente o affine entro il secondo grado); n. 65/2014 (che accerta la sussistenza del divieto di contrarre con la P.A. di un dipendente che negli ultimi tre anni di servizio abbia esercitato poteri autoritativi o negoziali per conto della stessa, anche presso un settore di attività diverso, ma comunque afferente alle attività precedentemente svolte, allorquando egli eserciti un’attività professionale presso soggetti privati destinatari dei suddetti poteri)[1].

 

3.4. In materia di segnalazioni del dipendente che rilevi condotte di illegalità inerenti all’attività dell’ente.

Agli enti di diritto privato del “terzo settore” soggetti all’applicazione della normativa riservata alla P.A. si applicano anche le disposizioni contenute nella legge n. 190/2012 in materia di whistleblowing (art.1, co. 51, come integrate dall’art. 19 del d.l. n. 90/2014).

 

  1. Infine, se nell’esame del disegno di legge delega al Governo per la riforma del “terzo settore”, codesta Commissione riscontrasse esigenze specifiche per modificare i decreti legislativi nn. 33 e 39/2013 o anche la legge n. 190/2012, è possibile che si possano ricavare spazi per introdurre, nella delega al Governo in materia di trasparenza, incompatibilità e inconferibilità (ddl n. 1577), alcune modifiche al suo art. 6.

La delega è indirizzata a porre rimedio a incongruenze contenute nella legislazione vigente in materia; a risolvere difficoltà interpretative; a dare organicità alla disciplina vigente; a valutare in tema di trasparenza se vi siano carenze negli obblighi di pubblicazione, o se, al contrario, vi sia un carico sproporzionato vuoi per la quantità eccessiva di dati/informazioni richiesti di pubblicazione, vuoi a fini del rispetto del diritto alla riservatezza. Auspicabilmente si potrebbe verificare anche la possibilità di  integrare i criteri della delega, per meglio determinare le competenze di A.N.AC. in materia e l’assetto di altre questioni pertinenti.

Da ultimo si ricorda che A.N.AC. ha attivato uno specifico “tavolo” di lavoro con il MEF in relazione al “terzo settore” finalizzato a valutare la condizione giuridica degli enti di diritto privato partecipati o controllati, al fine di pervenire a classificare e definire le diverse categorie di enti coinvolti, chiarendo le indicate difficoltà ermeneutiche.

Roma, 18 novembre 2014

Nicoletta Parisi

(Consigliere A.N.AC.)

 

Allegato n. 1

 

ORIENTAMENTI IN MATERIA DI INCONFERIBILITA’ E INCOMPATIBILITA’ DI INCARICHI PRESSO LE P.A. E GLI ENTI PRIVATI IN CONTROLLO PUBBLICO APPROVATI DALL’AUTORITÀ E PUBBLICATI SUL SITO ISTITUZIONALE

Orientamento n. 35/2014

Non sussiste alcuna ipotesi di incompatibilità, ai sensi dell’art. 9, secondo comma del d.lgs. n. 39/2013, tra la carica di presidente del consiglio di amministrazione di una fondazione in controllo pubblico e lo svolgimento dell’attività notarile.

Parole chiave: ANTICORRUZIONE – art. 9, secondo comma d.lgs. n. 39/2013 – preside

[1] V. allegato n. 1 per ulteriore prassi interpretativa.

 

immagine per anac e corte dei conti

 

 

 

 

 

 

 

TERZO SETTORE. IL PARERE DELLA CORTE DEI CONTI

Audizioni sul disegno di legge delega su Riforma del terzo settore e del Servizio civile

21 novembre 2014

Nella seduta di venerdì 21 novembre 2014, nell’ambito  dell’esame dei progetti di legge recanti « Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell’impresa sociale e per la disciplina del Servizio civile universale (C. 2617 Governo, C. 2071 Maestri e C. 2095Bobba ), sono state svolte una serie di audizioni informali con rappresentanti  di: Corte dei Conti, Codacons.

Qui la memoria corte dei conti depositata dalla Corte dei Conti.

Per saperne  di più sulla Riforma:

  • segui il percorso parlamentare del disegno di legge delega (A.C. 2617);
  • leggi il dossier del Servizio Studi.

Servizio Studi della Camera dei deputati

 corte dei conti

 

INFERMIERI, PROTESTA DAVANTI A MONTECITORIO

Infermieri, protesta davanti a Montecitorio con Massimo Baroni, Andrea Cecconi e Andrea Bottega (Nursind)

Per la Trasparenza e l’esigibilità dei Diritti. Battaglie contro le cooperative, a favore dell’ assunzione diretta di giovani infermieri e per il rinnovo del contratto.

Il Sindacato Nursind deve mantenersi libero e non colluso coi poteri della casta come ha fatto fino ad ora.

Il Movimento 5 Stelle sarà al suo fianco.

 

MASSIMO BARONI (M5S) con gli Infermieri durante la protesta davanti a Montecitorio

Ciao a tutti, sono un collega di Andrea Cecconi e faccio parte della Commissione Affari Sociali del Movimento 5 Stelle, insieme ad Andrea Bottega, Beppe Grillo e anche ad altre persone del Fatto Quotidiano abbiamo affrontato una battaglia importantissima che è anche una battaglia di sistema.

Perché questi “quattro geni supermegapresidentidirettorigenerali” della Sanità e che siedono anche al Senato stanno occupando tutto il loro tempo per cercare di mantenere la doppia poltrona da Presidente di Ordini di Sanità e per cercare di rimanere Senatori, non fanno altro dalla mattina alla sera.

Questi sono Fuori Legge!!! Perché la legge dice che non possono essere presidenti o vicepresidenti di Ordini e contemporaneamente Parlamentari, lo dice chiaramente, ma stanno cercando di fare di tutto per modificare la legge.

Quindi, signori, io vi dico una cosa, Noi Siamo Soli ma siamo tantissimi perché non possiamo contare su queste persone che pensano solo ai loro affari, vogliono una moneta di scambio, vogliono cercare di farvi entrare di far diventare poi i vari presidenti, i vari direttori dei sindacati per stipendiarli a 300 Mila Euro all’anno a fine carriera. Io non credo che Andrea Bottega (Nursind) finirà mai così, perché si è veramente rotto le scatole.

Qui è una battaglia per i Diritti, voi avete e fate un lavoro incredibile. Probabilmente un lavoro che è un esempio per molti dei nostri figli.

Io sono uno psicologo e mi considero un operatore di base, perché ho lavorato tanto nelle strutture psichiatriche insieme a voi facendo le notti.

Per questo so chi fa’ la sanità sono delle persone che sono li dalla Mattina alla sera a seguire gli atti quotidiani della vita dei pazienti e solo voi potete sapere quanto è importante questa Battaglia sui Diritti, sulla Esigibilità dei Diritti. Su turni massacranti che sono totalmente fuori legge.

Io adesso do la parola ad Andrea Cecconi e Andrea Bottega e vi ringrazio.

Questo è quello che stiamo cercando di fare. Oltre alle proposte siamo qui per cercare di stare vicino a voi. Perché sappiamo che non siete un sindacato che non è colluso coi poteri forti.

 

Qui l’emendamento a mia prima firma che abbiamo presentato in Commissione Affari Sociali come Movimento 5 Stelle

 

Ac 2769

emendamento

aggiungere l’articolo  21 bis con il seguente

  1. Entro 60 giorni dall’entrata in vigore della presente legge l’Aran è autorizzato, ricevuto l’atto di indirizzo del Comitato di settore e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, ad aprire un tavolo di contrattazione integrativo per il Comparto sanità e l’area della dirigenza III e IV con l’obiettivo di stabilire i criteri di finanziamento degli istituti della contrattazione aziendale attraverso i risparmi di spesa conseguiti e certificati a seguito dell’impegno del personale dipendente.

 

Baroni, Cecconi, Dall’Osso, Di Vita, Silvia Giordano, Lorefice, Mantero, Cariello, Sorial, Caso

 

Qui l’incontro del 3 Novembre dopo il Presidio degli infermieri a Piazza Montecitorio con Andrea Bottega, Ivan Cavicchi e i commissari della M5S Affari Sociali

 

Di seguito una mia foto durante il presidio del 3 Novembre con gli infermieri e il sindacato della Nursind

baroni massimo infermieri