Storie incredibili nella Regione Lazio.

Fino al 2003 gli adolescenti del Lazio con importanti disagi psichici, non trovavano accoglienza nella propria regione a causa di un vuoto normativo. La Regione Lazio non aveva infatti recepito la normativa nazionale e quindi inviava lontano dalle proprie famiglie i minori a cui necessitava un trattamento specialistico di tipo comunitario.

Finalmente un gruppo di specialisti e agguerriti pionieri, propose di aprire a Roma una piccola struttura, la “Eimì” per la cura residenziale dei minori adolescenti con patologie psichiche. 

I primi utenti accolti furono proprio quelli precedentemente inviati in strutture fuori dalla Regione Lazio, che desideravano stare più vicini al loro luogo di provenienza.

Mentre perdurava il vuoto normativo, la Comunità Eimì venne definita: “Centro di Riabilitazione” con la specifica tipologia di prestazione assistenziale della “disabilità psichica per adolescenti in senso psicopatologico”, come scritto nella determina di autorizzazione.

Quando anche la Regione Lazio emise la normativa sulle Comunità per adolescenti, recependo l’indirizzo nazionale, esse vennero denominate con l’acronimo “SRTRe per adolescenti”, ovvero “Strutture Residenziali Terapeutiche Riabilitative estensive per adolescenti”.

L’Eimi, nel 2013, in coincidenza con l’emanazione del fabbisogno assistenziale per i minori con disturbo psichico compare all’interno di uno specifico BUR come unica struttura per 10 p.l. nel territorio dell’ASL RM B, già denominata appunto SRTRe per adolescenti.

Successivamente sempre dalla Regione sono state emanate le normative per l’accreditamento, titolo obbligatorio per continuare ad operare.

A questo punto accade qualcosa che ha dell’incredibile.

La Eimì chiede l’accreditamento come SRTRe e sollecita i sopralluoghi per la verifica. La competente ASL RM 2 si accerta dell’effettivo setting assistenziale, redige la relazione e dichiara che la Eimi tratta effettivamente solamente ed unicamente pazienti adolescenti con disturbo psichico. Stranamente la relazione dell’ASL viene ignorata dalla Regione che rigetta l’istanza di accreditamento richiesto.

Inoltre:

L’ufficio Area Autorizzazioni/Accreditamenti non riconosce il BUR nel quale il riferimento alla Eimì è chiaro. Afferma che la Struttura tratta un’altra tipologia assistenziale come se gli utenti con “disabilità psichica intesa in senso psicopatologico”, fossero altra cosa rispetto ai pazienti delle Comunità Terapeutiche per adolescenti che accolgono appunto minori con disturbi psichici o patologia psichiatrica;

chiede all’Eimi di rifare ex novo una domanda di autorizzazione con consequenziale chiusura della struttura ignorando i 14 anni di attività precedente e gli invii fatti in quegli anni dalle ASL di competenza.

Ci si chiede:

le ASL dove  invieranno i pazienti? I pazienti già in carico alla Eimì, se la situazione continua a non essere risolta, dove andranno?

E qui il capolavoro:

Allo stato le uniche strutture comunitarie riconosciute e accreditate sono le ex Cliniche /Case di Cura psichiatriche che hanno riconvertito alcuni posti letto per i minori e che hanno preso il nome di SRTRe per adolescenti, non avendo né una mission, né personale formato per questo delicato settore.

Quindi  per la Eimì se ne fa una questione meramente nominalistica nonostante  la tipologia assistenziale sia sempre stata la stessa,  ma questo non va bene!

Le “ex Cliniche”  che hanno cambiato la tipologia di utenza inserendo per l’appunto anche i minori, Strutture i cui ambienti sono più vicini ad ambienti di tipo ospedaliero, vengono  accreditate come SRTRe , ma qui la sostanza non conta!

Se ne deduce che :

la struttura pioniera nel Lazio, che ha fatto scuola in un settore così specifico e delicato, che garantisce un ambiente “familiare” e dove all’interno si usufruisce di interventi specialistici, rischia di chiudere;

le ex Cliniche/Case di cura psichiatriche per adulti che hanno convertito i posti letto per i minori rinominandole Comunità Terapeutiche (SRTRe) – con un’impostazione storica di tipo ospedaliero e che di comunità propriamente dette (strutture sanitarie “democratiche” con ambienti familiari) non hanno nulla – eroghino questo servizio in un contesto inadatto.

Nel frattempo :

La direzione generale di una ASL di una utente dell’Eimì ha convocato i genitori dicendo loro di dover spostare la figlia dalla Comunità, perchè non ancora accreditata, informandoli di doverla inserire in una ex Clinica (ora accreditata come Comunità), oppure in mancanza di posto, addirittura fuori Regione. In un altra ASL una paziente tarda ad entrare nonostante i tecnici della stessa azienda abbiano individuato nella Eimì la struttura più adatta per fornire una risposta di cura, perché la Direzione, per la mancanza dell’accreditamento, ne blocca l’ingresso;

la Eimi che cura un fabbisogno crescente negli ultimi anni di grave malessere adolescenziale , non riesce ad ottenere l’accreditamento a vantaggio di ex Cliniche quasi a voler concepire la residenzialità solo ed esclusivamente a discapito di strutture comunitarie pur sempre sanitarie ma ad impostazione familiare e non prettamente ospedaliere;

per fare chiarezza su risposte tardive , contraddittorie, illogiche si è dovuti ricorrere al Tar con conseguente  esborso di denaro da prescrivere alla Regione ;

una struttura operante da 14 anni e presa come modello a livello nazionale per ricerche, risultati, diffusione teorica e che ha trovato sempre il riconoscimento da parte di utenti, familiari ed ASL senza essere mai incorsa in censure o ammonimenti di alcun genere, oggi viene “sorpassata” da altri competitor con la minaccia addirittura di chiudere;

fa riflettere come, ancora oggi , diversi tecnici delle ASL del Lazio, continuino, certamente con enorme difficoltà, a fronte degli indirizzi regionali, ad inviare utenti presso la Struttura Eimi. Conoscono e hanno visto, negli anni, come si lavora all’interno di questa Comunità e la ritengono idonea e adeguata per una tipologia di utenza così particolare e delicata e che è sempre stata in linea con l’autorizzazione ricevuta.

Quindi perché ma soprattutto  

… cui prodest ?

 

Giriamo la domanda al ministero della Salute e al suo Commissario ad acta, un po’ duro d’orecchi, Nicola Zingaretti, nella forma di due interrogazioni firmate da oltre 10 deputati della Repubblica:

30-gennaio

Interrogazione a risposta scritta 4-15850 del 08 marzo 2017

08 marzo

Interrogazione a risposta scritta 4-15390 del 30 gennaio 2017